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martedì 1 febbraio 2011

Oggi ragazzi in azione contro in rifiuti in California

Gli alunni della quinta classe della scuola Mount Madonna School di Watsonville in California all'interno di varie proposte di progetti a difesa dell'ambiente hanno scelto di concentrarsi su un programma di protezione delle otarie della California, specie tra le più minacciate della West Coast del Pacifico. I ragazzi sono impegnati in diverse attività a difesa di questi animali a partire dall'analisi di quelle azioni compiute dagli uomini che possono metterli in pericolo.

I ragazzi hanno voluto così creare un evento che potesse sensibilizzare le persone sul problema dei rifiuti che finiscono in mare e che per l'80% arrivano dalla terraferma.

Per azione degli agenti atmosferici e attraverso i corsi d'acqua i rifiuti si riversano in mare e, soprattutto quelli in plastica, possono rappresentare un serio pericolo per le otarie ed altri animali marini. Sacchetti, reti, pezzi di imballaggio come quelli a forma di anello possono catturare o imbrigliare i mammiferi marini che finiscono di morire per fame, asfissia, o diventare vittime di altri predatori, oppure possono ingerirli accidentalmente scambiandoli per cibo con conseguenze altrettanto letali .

Ed ecco l'idea e l'invito per l'evento che ha avuto luogo oggi: The World Wide Waste Reduction Day, La Giornata Internazionale di Riduzione dei Rifiuti, per salvare mari ed oceani perché tante persone che si impegnano in tutto il mondo possono fare la differenza .

Ai partecipanti è stato richiesto di raccogliere dei rifiuti abbandonati di fotografarli ed inviare foto e luogo del ritrovamento ad una casella di posta elettronica.





giovedì 11 novembre 2010

Ma che fine ha fatto l'eco-design?


Non c'è alcun dubbio sul fatto che ce n'è da fare di strada per uscire dalla follia plastica. Un esempio ci arriva da un paio di modelli di borse usciti nelle collezioni di due case di moda, Chanel (foto) e Missoni che ci arrivano, rispettivamente, incastonate o inserite in contenitori di plastica che sono parte integrante dell'oggetto.
Viene da chiedersi se qualcuno ha informato questi originali stilisti che siamo sommersi dalla plastica che infesta i nostri mari e oceani, ridotti ormai a una sorta di minestrone tossico. Chissà se sanno che le sostanze chimiche tossiche contenute nella plastica sono già entrate nei nostri piatti e nel nostro organismo con gravi effetti sulla salute umana, e in particolare su quella degli organismi in crescita, come ormai documentano diversi studi scientifici.
Qualcuno ha informato questi grandi creativi che ci sono anche altri artisti come il fotografo Chris Jordan ma anche rampolli di famiglie ricchissime come David De Rothschild che, dopo aver visto con i propri occhi quanto inaccettabile è il disastro che abbiamo creato, si stanno spendendo per sensibilizzare e informare le persone sul danno irrecuperabile che abbiamo arrecato al pianeta con l'utilizzo insensato e fuori controllo che si è fatto della plastica e soprattutto nella produzione dell'usa e getta? Questo materiale versatile ed economico che ha reso la nostra vita più comoda ci presenta un conto che ci sta rivelando insostenibile.
Forse il fatto che il 97% degli albatri delle isole dell'atollo del Midway nel Pacifico, non sopravviva perché i pulcini soccombono a causa dell'ingestione di plastica con cui vengono imboccati sin dalla nascita, e che tutti gli oggetti ingeriti come tappi di bottiglia, accendini, spazzolini che hanno causato la loro morte tornino liberi come serial killer, di uccidere ancora, non ci basta per capire che dobbiamo cambiare lo stato delle cose?.
Forse perché la notizia non va sui giornali e rimane lontano dagli occhi e lontano dal cuore ? Ma anche se andasse sui giornali saremmo capaci di decifrarne il messaggio e reagire?
Qualcuno per cortesia informi quegli stilisti che ci sono anche loro colleghi che stanno pensando a come ridurre l'impatto degli imballaggi invece che a creare nuovi involucri e accessori superflui.
Un noto brand di calzature ha creato per le proprie scarpe un sacchetto riutilizzabile che sostituisce parte della scatola di cartone e l'utilizzo dello shopper per portare l'acquisto, un calzaturificio toscano ha realizzato la scatola in cartone riciclato certificato FSC che, grazie a una semplice maniglia, si trasforma in un pratico shopper. Queste sono goccie nel mare ma se noi lo permetteremo come consumatori, stilisti, politici, decisori aziendali, forse potrebbero nascere nuovi comportamenti e stili di vita non più basati sullo sfruttamento a breve termine del pianeta perché, alla fine, per il beneficio di pochi il conto lo paghiamo in tanti.

mercoledì 4 agosto 2010

Un aspirapolvere per salvare l’oceano



di Annalisa Audino

Quanti di voi sanno che non c’è solo la grande macchia di petrolio della British Petroleum che se ne va a zonzo per i nostri oceani? Dite la verità….non molti, vero? Ebbene, c’è anche una grande quantità di plastica che galleggia ormai da anni e sembra non voler smettere di crescere.

Per fare un esempio esistono vere e proprie isole di plastica sia nell’oceano Atlantico che in quello Pacifico. A scoprire l’isola dell’Atlantico è stata Kara Lavender Law, una ricercatrice inglese che, dopo 20 anni di studi effettuati con un’equipe di scienziati della Sea Education Association, ha individuato l’inquietante isola a largo delle coste di Miami. Ma negli ultimi decenni numerosi studiosi hanno effettuato oltre 6000 “battute di pesca” nell’area dei Caraibi per analizzare i residui di plastica.
«Abbiamo trovato una regione in cui i frammenti sembrano concentrarsi e persistere per lungo tempo - ha spiegato la ricercatrice alla Bbc - più dell'80% della plastica che abbiamo accumulato viene dalla zona tra i 22 e i 38 gradi nord di latitudine».

La densità della plastica, nella zona, è di 200 mila frammenti per chilometro quadrato, la stessa rilevata nella “Pacific Garbage patch”, area grande quanto il Texas dove si accumulano rifiuti di plastica provenienti da tutto il mondo, situata nel nord del Pacifico.

Gli studi continuano inarrestabili, anche per comprendere come far fronte velocemente al problema. Inafferrabile e ormai tanto distesa da non essere facilmente misurabile, il mostro di plastica galleggiante è stato documentato in diversi modi e, in particolare, studiato ultimamente da una specifica missione scientifica composta da 30 studiosi che per tre settimane hanno vissuto a bordo di una nave ed hanno osservato movimenti e composizione del “mostro”. Finanziata dalla Scripps Institution of Oceanography della California University di San Diego, la nave ha solcato la zona del Pacifico per analizzare la composizione della zattera di rifiuti, che circola in forma di nebulosa estesa per oltre cento chilometri, continuamente rimescolata dalle correnti tra le Hawaii e il Giappone, e per studiare anche gli organismi che vengono a contatto con la macchia e l’impatto della stessa sul sistema ecologico.

E’ facile immaginare che i pezzi di plastica fanno ormai parte nella catena alimentare degli habitat marini: alcuni sono talmente piccoli da essere invisibili ad occhio nudo e altri sono tenuti insieme da una struttura gelatinosa che secondo alcune ipotesi cattura come una spugna anche altre sostanze inquinanti, come pesticidi e idrocarburi. Questa minaccia plastificata si muove da Nord a Sud in una fascia di circa 1600 km, secondo le correnti, gli eventi atmosferici e le temperature dei mari.

Insomma, è ora di intervenire, oltre che di essere informati concretamente su quello che accade sul nostro povero pianeta. È così che la Electrolux, nota azienda di elettrodomestici, ha deciso di sensibilizzare la popolazione sul ciclo dei rifiuti e sulla necessità di trattare la plastica con più attenzione, proponendo, oltre ad una vera e propria serie di prodotti “ecologici”, anche una lodevole iniziativa per utilizzare la plastica navigante come una vera e propria miniera. Il progetto denominato Vac from the sea, presentato con un video, sui più comuni social network e non solo, coinvolge numerosi volontari che pescheranno i materiali dalle acque in giro per l’oceano Pacifico e Atlantico, il Mediterraneo e i mari nordici.
I residui, provenienti da discariche di tutto il mondo, verranno trattati per essere riciclati e creare degli aspirapolveri da esposizione.
Gli elettrodomestici non sono infatti destinati alla vendita ma vengono esposti per sensibilizzare le persone sullo stato di emergenza dei mari ormai pieni di plastica, sul corretto smaltimento dei rifiuti e per promuovere l’utilizzo di plastica riciclata nel settore industriale.

venerdì 25 giugno 2010

Diamoci la mano il 26 giugno a "Hands Across the Sand"



Sabato 26 giugno, alle ore 12, migliaia di persone si daranno la mano per 15 minuti formando delle catene umane, delle simboliche barriere per fermare la fuoriuscita di petrolio. Sono oltre 800 gli eventi organizzati da Hands Across the Sand per dire no, negli USA, alle trivellazioni petrolifere in mare aperto e sì all'energia pulita. Si terranno manifestazioni in tutti i 50 stati americani, ma anche a livello internazionale in oltre 30 paesi da Auckland in Nuova Zelanda all'isola di Kauai, nelle Hawaii. La Fondazione Surfrider sostiene e organizza la giornata insieme ad una cinquantina di altre associazioni partner come Ocean Conservancy, Greenpeace, Friends of the Earth, ecc.
Le manifestazioni si svolgono nelle spiagge, nelle vicinanze di corsi d'acqua ma anche in città.
Hands Across the Sand è un movimento apartitico che si propone di contrastare le trivellazioni in alto mare che costituiscono una minaccia per le economie costiere e l'ambiente marino, convincendo legislatori statali, governatori, il Congresso e il presidente Obama a fermare i permessi concessi alle compagnie petrolifere.
Il movimento ritiene che l'America per avere un futuro sostenibile, abbia bisogno di una legislazione che preveda incentivi fiscali e sussidi per favorire lo sviluppo di industrie che producano energia pulita e rinnovabile.
La prima manifestazione di Hand Across the Sea è avvenuta in Florida il 13 febbraio scorso e ha visto la partecipazione di migliaia di persone in rappresentanza di 60 città e 90 spiagge che hanno unito le mani da Jacksonville a Miami Beach e da Key West to Pensacola Beach.
Il motivo della protesta, che ha radunato per l'occasione il più alto numero di persone contrarie alle perforazioni off-shore nella storia dello stato, è stata la revoca del divieto di trivellazione da parte del governo della Florida.

sabato 19 dicembre 2009

Pance di plastica

Chissà se i capodogli trovati morti sulla spiaggia di Peschici con la pancia piena di sacchetti di plastica volevano dirci qualcosa. E non solo qualcosa di ecologico in senso stretto. Del genere: «Uomini, vile razza dannata, coi vostri rifiuti intossicate l’universo». Lo sappiamo già e non ce ne importa niente. Ci hanno insegnato nei secoli dei secoli che la natura è una donna di servizio, da sfruttare molto e pagare poco, possibilmente in nero. Invece, sorpresa, era la padrona di casa e sta presentando il conto dell’affitto, arretrati compresi, ma tanto non abbiamo i soldi per pagare.

No, mi chiedo se quei cetacei non volessero raccontarci anche un’altra storia. Soltanto quattro di essi avevano la plastica nello stomaco, e il capobranco più di tutti. Ma nelle pance degli ultimi tre non è stato trovato niente. Niente. Hanno seguito il capo fino alla morte per puro spirito gregario: assopimento di coscienza, mancanza di personalità. Ecco, forse i sette capodogli di Peschici volevano dirci proprio questo. Che rischiamo di diventare così anche noi.

Divisi in capibranco famelici che ingurgitano qualsiasi cosa per pura bramosia di possesso e in cortigiani che si contendono i resti dello stesso nulla, spacciato per chissà che. In scia, poco distanti, avanzano gli spettatori: a stomaco vuoto, si accontentano di godere la visione del pasto altrui. E seguono il capobranco senza chiedersi dove si sta andando. Onda su onda, fino allo schianto finale.

Massimo Gramellini, La Stampa