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martedì 29 dicembre 2009

I sacchetti di giornali riciclati "salvano" la natura e gli uomini






In India non sono una novità: a Mumbai, già nel 2005 mi è capitato di vederli spesso, adottati anche da negozi per turisti ed élite locale come Fabindia. Ora arrivano in Europa, complice la terra bruciata che si sta formano intorno alle buste di plastica e la facilità di ordinarli on line: parlo dei sacchetti per lo shopping fatti di giornali riciclati, più resistenti di quanto si pensi grazie a un’anima di carta da imballaggio, con manici di semplice corda o di juta. Se ne trovano su The India Shop (che appartiene alla Fair Trade Organization) e su Thefairtradestore.co.uk, e costano più o meno lo stesso: 35 centesimi di euro l’uno, se ne comprate una ventina. In Italia, a Varese, per fare un esempio, l’Enoteca San Vittore usa quelli lunghi in “formato bottiglia” che ordina alla ong Karm Marg.
In tutto il pianeta fioriscono le messe al bando per la plastica inquinante, a cominciare da quella delle borse per la spesa. Se l’Italia ha ottenuto dall’Ue di rinviare di un anno il divieto che sarebbe dovuto partire il 1° gennaio, in Europa si va avanti. E non solo. Già da tempo, tra gli altri, Irlanda, Bangladesh, Hong Kong, Sud Africa, Uganda, Cina hanno stabilito che sono fuorilegge o pesantemente tassati. Il divieto è cominciato con quelli più sottili, quelli più “spessi” sono tassati. L’India è uno dei battistrada: il lunedì prima di Natale, lo stato dell’Himachal Pradesh ha avviato una grande campagna di raccolta, coinvolgendo ong, gruppi ambientalisti e giovanili di 56 città e 17.500 villaggi, per arrivare a uno smaltimento corretto dei vecchi sacchetti di politilene. A Pune, il 25 dicembre, 321 commercianti hanno beccato una salatissima multa di 1.170 euro per averli ancora utilizzati. A Chennai, il sindaco M. Subramanian ha personalmente distribuito 1.500 sacchetti di giornali riciclati sulla Marina cittadina nella campagna di sensibilizzazione “spiaggia plastic-free”.

Non sempre il “no” alle buste di plastica arriva senza resistenze. Se Berkeley, la cittadina universitaria della California è pronta a introdurlo integralmente da febbraio, a Brownsville in Texas c’è battaglia in consiglio municipale: sono diversi gli oppositori che sostengono “sia meglio puntare sull’educazione dei cittadini che su un obbligo di legge”.

Per il dopo-sacchetti, ovviamente, si sta già sviluppando una fiorente industria di “plastica biodegradabile”. Intanto, però, i sacchetti di carta da giornale riciclata si diffondono come un’alternativa che ha il valore supplementare di sostenere i progetti e le persone che stanno dietro le organizzazioni non governative che li producono. Karm Marg, a New Delhi, dà alloggio e istruzione a 49 ragazzi e ragazze all’anno commercializzando sacchetti (ma anche cartoleria varia) in tutto il mondo con il marchio Jugaad (termine hindi che significa raggiungere un obiettivo con le sole risorse che si hanno a disposizione); l’ong che vende attraverso The India Shop, avviata 5 anni fa da bambini di strada, finanzia con questi sacchetti di giornali riciclati la cura di 13 bimbi ogni anno.

E per i più "estremisti" - contrari anche al sacchetto di carta riciclata, favorevoli solo alla spesa fatta con buste riutilizzabili di materiali naturali come la juta – ci sono organizzazioni come Freeset, che creano borse anche riciclando la stoffa di vecchi sari, gli abiti delle donne indiane. Con questa attività dà lavoro e istruzione a 140 donne di Kolkhata, l’ex Calcutta, salvate dal quartiere a luci rosse di Sonagacchi, il più grande della megalopoli: dove i neozelandesi Kerry e Annie Hilton, nel ’99, hanno trasformato un bordello in una fabbrica che ha dato nuova speranza a ragazze, come le bengalesi Menaka e Bashanti (nomi di fantasia), messe in vendita bambine e destinate a un futuro di violenza e disperazione. E ora più forti grazie a un semplice sacchetto riciclato.

Corriere della Sera-Blog Globalist di Edoardo Vigna
28.12.2009

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