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giovedì 29 ottobre 2009

No plastic, please!


Le quotidiane peripezie del nostro amico Marco nella lotta ai sacchetti....

Mi sveglio. Caffè, doccia, denti, ecc. Pronto per uscire.
Il sacchetto degli avanzi dei giorni precedenti mi guarda dal gancio a cui è appeso. E' magro, floscio. Mi guarda accusatorio. "Tu e la tua mania di riciclare tutto, guarda come mi riduci...E per di più devo durare alcuni giorni, perchè si sa che la plastica, anche quella biodegradabile, di materBi o di chissa cos'altro sia, deve essere usata con parsimonia..."
Cosa ne faccio? Da un lato è lì da tre giorni, dall'altro è mezzo vuoto, può contenere scarti ancora per chissà quanti giorni ancora...
Decido.
Lo annuso a una distanza di sicurezza: se sento odori sgradevoli, lo butto, altrimenti lo annodo e lo utilizzo ancora un giorno.
Non puzza.
Bene. Un piccolo risparmio.
Esco.
Conosco un panificio, sotto i portici. La focaccia è sublime, croccante, sottile, morbida dentro, salata al punto giusto.
Irresistibile.
Sono diventato un abituè: un giorno semplice, un altro al rosmarino, un terzo alle olive...
La commessa la taglia, la pesa, la incarta.
E lì si compie il delitto: la mano velocissima sotto il bancone e mi ritrovo la focaccia in ben due sacchetti: uno di carta, bianchissima, resistentissima, filigranata, pura carta di Fabriano, penso. Il secondo di plastica, sottilissima, bianchissima, eterna.
La prima volta ho ricevuto il colpo in fonte (Buona giornata, chi c'è da servire?) e prima che potessi rendermi conto di come fosse accaduto mi sono ritrovato alla mia bicicletta appoggiata alla vetrina, con il sacchetto penzolante.
La seconda volta sono ritornato, con la mano sulla Colt, pronto al duello: non ho perso d'occhio un attimo la commessa, la sua mano, il coltello che impugnava. La mano avvolge la focaccia, si sposta sulla bilancia, in un lampo è sui tasti, lo scontrino. Sta per spostarsi sotto il bancone, parte la mia Colt: 'No, grazie, lasci stare il sacchetto, grazie, devo fare pochi metri, grazie, davvero!'
L'ho tramortita, fatta secca.
Nel negozio cala il silenzio.
Sono sotto lo sguardo di parecchi occhi.
Mi sento strano. Forse sono diventato di colore. O forse sono diventato un Alieno.
Ma la commessa è solo temporaneamente tramortita.
Parte verso il dispenser dei sacchetti di plastica.
Ma io sono più veloce: prevedo la mossa, miro, parte il secondo colpo, preciso, mortale: No, grazie lasci pure il sacchetto di plastica, non mi serve, sì, davvero, no neanche quello, grazie, va bene così...
Lo sguardo non è perplesso...di più.
Le dita scivolano veloci sui tasti della cassa, lo sguardo preoccupato di liberarsi di una strano individuo, forse pericoloso, e di passare a un più rassicurante cliente che chiede il sacchetto anche per un croissant che verrà mangiato sull'autobus in partenza di lì a tre metri.
La terza volta entro, mano sulla Colt, ma più rilassato. Ora so come si fa.
La commessa mi guarda, interrogativa...No grazie, niente sacchetto.
Vabbè, la gente è strana. Il prossimo da servire?
La quarta volta entro rilassato. Ormai mi conosce, sa cosa non voglio, abbiamo anche riso e scherzato un po' sopra l'argomento....
Parte il suo, di colpo, e mi scaglia contro il muro, con una violenza degna di una 44 Magnum. 'No graz....'
La mano è partita, fulminea: due sacchetti.
'Scusi, già che lei non lo vuole il sacchetto, è l'abitudine, già, ma sa ormai... Buon giorno. Chi c'è da servire?'
Già l'abitudine.
Ora entro con la Colt spianata, come per una rapina. Sempre. La guardia mai abbassata.
Non mi colpiranno più per primi, con il loro bianchissimi sacchetti....
L'abitudine, si sa....

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